Una sola domanda per nascere di nuovo

Par Magazine Avventista

Ho avuto il privilegio di crescere in una famiglia avventista. Mia madre aveva cercato di insegnarmi il Vangelo, ma io ero un moralista: fallivo, ma puntavo comunque ad arrivare in cielo tramite il buon comportamento.

Dopo una carriera nel mondo degli affari, dove “riuscire” era il metro del successo, mi trovavo al primo anno di teologia all’Avondale College.

Durante una lezione tenuta dal diretto e schietto Arch Hefren, venni sfidato da questa affermazione: “Se non avete la sicurezza di essere salvati, venite a trovarmi nel mio ufficio”. 

Che arroganza, pensai, immaginare di poter essere abbastanza buoni da essere sicuri della vita eterna! Così salii le scale fino al suo ufficio. La porta era aperta. Arch era in piedi, piegato, che rovistava tra alcune carte. Bussai. Non alzò lo sguardo. “Sì”, borbottò con voce ruvida.

“Sono venuto per la sfida che ha lanciato in classe sull’essere certi di essere salvati”, dissi.

Non alzò ancora lo sguardo. “Sì”, rispose.

“Be’, a me sembra un atteggiamento pieno di autosufficienza”, osservai.

Allora si raddrizzò, mi guardò dritto negli occhi e fece la domanda che cambiò la mia vita: “I tuoi peccati sono perdonati?”.

Mi colpì come un razzo. Se i miei peccati erano perdonati, allora non c’era più alcuna barriera tra Dio e me! E se non c’era barriera, potevo avere la certezza della salvezza. Avevo la vita eterna!

Sono “nato di nuovo”.

Lo Spirito Santo mi fece capire all’istante che Gesù mi aveva perdonato duemila anni fa (cfr. 1 Giovanni 2:2,12). Gesù aveva pagato il prezzo per il mio peccato quando fu crocifisso (cfr. 2 Corinzi 5:21). Dunque, ora, se credevo questo, avevo la vita eterna (cfr. Giovanni 3:15-18). Ciò che contava era quanto fatto da Gesù, non da me.

QUESTO È “IL VANGELO”!

Dio conosceva la situazione senza speranza in cui mi trovavo: per quanto mi sforzassi, rimanevo comunque un peccatore (cfr. Romani 3:23; 5:12,18; 7:14-18; Isaia 64:6). Per questo desiderava ardentemente donarmi la salvezza (cfr. Efesini 2:7-9). Da solo non ci sarei mai arrivato. Quello che dovevo fare era accettare il dono. L’ho fatto!

Un amore così incondizionato ha trasformato la mia vita. Ora desideravo vivere in modo che altri potessero conoscere la gioia di Gesù, avere l’identità di appartenere a Dio e il privilegio di vivere senza condanna, nonostante i miei errori di cui mi pentivo.

Questo onore mi ha portato a predicare la “buona notizia” a migliaia di persone in diversi paesi, affinché anche loro potessero gioire “dell’immensa ricchezza della sua grazia”. Quella “grazia” ci incoraggia a fare tutto ciò che Dio ha preparato per noi (cfr. Efesini 2:7-10).

Gesù ha davvero detto che “Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna” (Giovanni 3:16).

Arch Hefren mi ha insegnato una grande lezione. Quella lezione stava nella potenza di una domanda. Immagino che Arch avesse imparato questa tecnica dal suo Maestro, Gesù.

Hai notato come spesso Gesù usasse una domanda per aiutare le persone a pensare? La presa di coscienza e la verità possono nascere più facilmente da una domanda che da un semplice “dire le cose”.

Usi anche tu le domande quando condividi la via di Gesù?

Se lo fai, anche altri potranno fare propria la buona notizia, il dono di Gesù per noi, e avere la sicurezza della salvezza.


Di John Denne, pastore in pensione, ex segretario e mentore di pastori.

Fonte: https://record.adventistchurch.com/2025/07/14/it-took-a-question-to-be-born-again/

Traduzione: Tiziana Calà 

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