Giuseppe: da ragazzo viziato a uomo al comando

Par Magazine Avventista

Sono certa che, come me, puoi trarre molte lezioni dalla storia di Giuseppe. C’è davvero tanto da dire del suo percorso. È ricordato da molti come un modello di fedeltà, resilienza, dedizione, perdono, onestà e molte altre caratteristiche cristiane.

Ma, se siamo onesti, prima di essere venduto come schiavo, Giuseppe era sulla buona strada per diventare un po’ insopportabile. Ai suoi fratelli appariva come qualcuno che “se la tirava”.

Non fraintendermi: ammiro Giuseppe ed è per questo che ho scelto di scrivere del suo personaggio, e concordo con tutti gli aspetti positivi che ho appena elencato. Ma è possibile che Giuseppe sia diventato un uomo onorevole solo grazie all’intervento di Dio.

La scrittrice avventista Ellen White ci dà uno sguardo sulla formazione iniziale di Giuseppe. In Patriarchi e profeti lo descrive come diventato “vanitoso ed esigente”.

Non si trattava di un’innocua arroganza adolescenziale. La costante asserzione, il senso di avere la morale dalla sua parte e la parzialità del padre nei suoi confronti stavano modellando un carattere che diventava sicuro di sé nel modo sbagliato. Se non fosse stato corretto, il ragazzo che aveva “ragione” su molte cose avrebbe potuto facilmente diventare un uomo che si fidava di sé più che di Dio. E questo è un punto rischioso in cui trovarsi per qualcuno chiamato a portare avanti i propositi di Dio.

Non lo biasimo del tutto. Era un diciassettenne privilegiato, di bell’aspetto, abituato a trattamenti speciali e a una costante approvazione morale (cfr. Genesi 37:3; 39:6).

Secondo Ellen White, nonostante la sua immaturità, Giuseppe aveva un grande punto a suo favore: era cresciuto con forti basi spirituali. Fin da bambino gli era stato insegnato ad amare e temere Dio. Nella tenda di suo padre aveva ascoltato le storie dell’esilio di Giacobbe, di un Dio che aveva incontrato Giacobbe nella sua vulnerabilità, aveva fatto delle promesse e le aveva mantenute. Aveva imparato verità rassicuranti sulla protezione divina, sulla guida e sulla grazia, ed era cresciuto credendo non solo nella potenza di Dio ma anche nella sua fedeltà.

E Dio sapeva che sarebbe stato proprio a quelle basi che Giuseppe si sarebbe aggrappato quando si fosse ritrovato strappato alla famiglia e alla libertà, in viaggio verso una terra sconosciuta.

“La carovana che portava Giuseppe prigioniero si dirigeva verso sud, in Egitto, e lungo il percorso passò vicino ai confini di Canaan. Giuseppe intravide in lontananza le colline sulle quali si trovava il suo accampamento. Al pensiero di suo padre così affettuoso, ormai solo e angosciato, il giovane pianse amaramente. […] Il futuro lo spaventava. Come era cambiata la sua situazione: da figlio teneramente amato, a schiavo disprezzato e senza speranza. Solo e senza amici, quale sarebbe stato il suo destino nel paese straniero verso cui stava andando? Per qualche tempo Giuseppe si abbandonò al dolore e alla paura” (Patriarchi e profeti, p. 176).

Non riesco a immaginare quanto dev’essere stato difficile. Io piangevo ogni volta che sceglievo volontariamente di salutare la mia famiglia anche solo per poco tempo. Giuseppe non ha nemmeno avuto la possibilità di dire addio, né tantomeno di scegliere di partire.

Ma è stato proprio in quel momento estremamente doloroso che ha deciso di diventare il grande uomo che le generazioni hanno imparato ad ammirare.

Questa è una delle cose che preferisco della storia di Giuseppe: il fatto che lui ha preso quella decisione. Ha attinto alle sue basi spirituali e, nonostante i difetti di carattere e persino la paura di quel momento, ha deciso di essere un seguace di Dio, vero e fedele. E Dio usa questo per plasmarlo in un grande uomo (cfr. Genesi 39:9).

Il senso di responsabilità è arrivato presto nella mia vita e, come per Giuseppe, mi ha formata in modi che il comfort non avrebbe mai potuto.

Ho frequentato la seconda parte delle elementari in una scuola avventista. Sono stata figlia unica per un decennio ed ero cresciuta con una certa stabilità. Questo è cambiato all’improvviso quando è nata la mia sorellina e la situazione economica della mia famiglia si è trasformata. Abbiamo iniziato ad avere difficoltà. Quando sono arrivata in prima media, il preside ha detto a mia madre che non potevano più permettermi di mantenere la borsa di studio se non fossi stata in grado di contribuire in qualche modo. La soluzione proposta era di farmi lavorare a scuola. Mi è stato quindi affidato il ruolo di assistente in una classe della scuola dell’infanzia e, in cambio, potevo restare iscritta. Non volevo cambiare scuola, così ho accettato.

In Brasile la scuola non occupa l’intera giornata. Gli studenti più grandi vanno al mattino, i bambini più piccoli al pomeriggio. Così, a 11 anni, le mie giornate erano così strutturate: scuola dalle 7 alle 12, lavoro a scuola dalle 13 alle 17 e, due volte alla settimana, lezioni serali di inglese in un istituto di lingue.

Mentre i miei amici avevano tutto il pomeriggio per fare i compiti, guardare la TV, riposare e giocare, io gestivo molte responsabilità ancora prima di diventare adolescente.

Forse questo mi ha tolto un po’ d’infanzia rispetto ai miei coetanei, ma mi ha anche insegnato alcune cose. Ho imparato presto che avere responsabilità è un carico importante e che nella vita le cose non arrivano facilmente. Ho imparato a stare in piedi sulle mie gambe molto prima degli altri, il che mi ha preparata a lasciare casa a 14 anni per andare in collegio, ad affrontare l’università con uno scopo invece che “trascinarmi”, e poi a trasferirmi in un’altra regione del Brasile e infine all’estero, costruendomi una vita in posti dove non conoscevo nessuno e non avevo familiari intorno. Portare carichi di responsabilità così giovane non ha reso facili quelle transizioni, ma ha fatto sì che non fossi impreparata.

La crescita non avviene sempre in modo graduale. Alcune stagioni sono dirompenti e ci chiedono più di quanto ci sentiamo in grado di dare. La maggior parte di noi può indicare un momento, o più momenti, che ci hanno rimodellato. Per Giuseppe è stato il giorno in cui è stato venduto come schiavo: “L’esperienza di quel giorno fu decisiva per la vita di Giuseppe. Una terribile disgrazia aveva trasformato un ragazzino viziato in un uomo riflessivo, coraggioso e padrone di sé” (Patriarchi e profeti, p. 177).

È confortante sapere che, qualunque cosa stiamo attraversando, Dio ha sempre un piano per noi. Per quanto dolorose possano essere alcune situazioni, Dio può usarle per plasmarci in persone migliori. Sono grata per le difficoltà che ho affrontato. Non mi è piaciuto viverle, ma oggi guardo indietro con cuore riconoscente, perché so che Dio le ha usate per rendermi più paziente, più empatica, più flessibile, più equilibrata, più grata per ciò che ho, facendomi diventare una testimonianza vivente dell’amore e della cura di Dio.

Anche per noi, a volte Dio permette circostanze che comprimono anni di crescita in una sola stagione. Ma sta a noi decidere se aggrapparci a lui e rimanere fedeli a ogni costo, oppure cedere alla disperazione.

Per me, una delle lezioni principali che rimane dalle sfide affrontate è che, ovunque vada e per quanto pesante possa sembrare il carico, posso essere certa che Dio è con me e che invitarlo ogni giorno nella mia vita è un impegno che renderà degni di essere portati tutti i pesi di questa esistenza.

La storia di Giuseppe ci ricorda che l’autosufficienza può, silenziosamente, intralciare ciò che Dio vuole fare in noi. Ma la fedeltà crea spazio affinché lui possa operare.

Quel giovane uomo, un tempo descritto come “vanitoso ed esigente”, è diventato il secondo in comando in Egitto e, grazie alla guida di Dio, ha salvato intere nazioni dalla carestia (cfr. Genesi 41:56; 45:5; 50:20).

Potresti sentire di non diventare mai qualcuno di “importante” secondo i criteri distorti del mondo. Ma quando scegli di fidarti di Dio nei momenti più dolorosi della vita, permetti a te stesso di essere usata da lui. E questo è il più grande onore che potremmo mai avere in questa vita.


Di Juliana Muniz, news editor di Adventist Record.

Fonte: https://record.adventistchurch.com/2026/01/21/joseph-from-spoiled-to-second/

Traduzione: Tiziana Calà

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