Amare Gesù per chi è, non per ciò che offre

Par Magazine Avventista

Ho spesso faticato con le applicazioni pratiche del messaggio sugli ultimi tempi. Come predicatore, ogni volta che parlo di Daniele e Apocalisse, ho spesso l’impressione che le mie conclusioni suonino terribilmente simili: “Le cose andranno male, ma non preoccupatevi. Quando Gesù tornerà, andrà tutto bene”.

Sia chiaro: amo il fatto che gli avventisti del settimo giorno abbiano un’escatologia piena di speranza. Mi incoraggia la nostra convinzione che Gesù stia per tornare per aggiustare ogni torto, sconfiggere il male per sempre e ripristinare sia questo mondo spezzato sia le persone spezzate che ci abitano. Tuttavia, mi chiedo se la nostra attesa del ritorno di Gesù non abbia deformato le nostre motivazioni.

Il filosofo irlandese Peter Rollins racconta una parabola su un piccolo gruppo di discepoli sconosciuti che fuggirono da Gerusalemme dopo la crocifissione di Gesù. Viaggiando verso una terra lontana, fondarono una comunità impegnata a mantenere viva la memoria di Cristo e a vivere secondo i suoi insegnamenti. Cent’anni dopo furono scoperti da missionari cristiani. I missionari rimasero sbalorditi nello scoprire che gli abitanti del villaggio non sapevano nulla della risurrezione di Gesù, così raccontarono loro ciò che era accaduto dopo la Pasqua. I villaggi si rallegrarono e ci fu una grande festa. Tuttavia, uno dei missionari notò che mancava l’anziano del villaggio e, quando andò a cercarlo, rimase perplesso nel trovarlo ai margini del villaggio, in lacrime e in preghiera. Stupito, il missionario gli chiese che cosa non andasse. L’anziano rispose:

“Fin dalla fondazione di questa comunità, abbiamo seguito fedelmente le vie di Gesù, anche se ci è costato caro, e siamo rimasti saldi pur credendo che la morte lo avesse sconfitto e che un giorno avrebbe sconfitto anche noi.

Ogni giorno abbiamo rinunciato alla nostra stessa vita per lui, perché lo abbiamo ritenuto del tutto degno di questo sacrificio. Ma ora temo che i miei figli e i figli dei miei figli lo seguiranno non per la radicalità della sua vita e del suo supremo sacrificio, ma egoisticamente, perché il suo sacrificio garantirà loro la vita eterna”.

La speranza di un nuovo cielo e una nuova terra è centrale per gli avventisti. Che conforto potente: ogni preoccupazione, ferita e ingiustizia saranno un giorno guarite da Dio stesso. Che messaggio potente da condividere con un mondo sofferente! E tuttavia, perfino il modo in cui viviamo questa speranza rivela una verità scomoda: che è tutto incentrato su di me. Divento cristiano per avere la salvezza; per avere pace riguardo alla mia destinazione finale; per avere la certezza sul destino ultimo del pianeta.

Di per sé, non c’è niente di intrinsecamente sbagliato in questi desideri. Però credo che, se li mettiamo al primo posto nella nostra immaginazione escatologica, rischiamo di perdere il punto. Quando Gesù prega per i credenti futuri in Giovanni 17, chiede che “siano tutti uno; e come tu, o Padre, sei in me e io sono in te” (Giovanni 17:21). Spesso visto come un testo sulla divinità di Cristo e sull’unità della chiesa, questo passo parla anche dello scopo del discepolato: che i discepoli dimorino divinamente in Cristo, così come Cristo dimora divinamente nel Padre. Questa coabitazione spirituale è profondamente misteriosa, ma l’intento di Gesù è chiaro: “Affinché il mondo conosca che tu mi hai mandato, e che li hai amati come hai amato me” (17:23). Lo scopo di seguire Gesù non è assicurarsi un biglietto di prima classe per l’aldilà, ma sperimentare la presenza trasformatrice di Dio sia nel presente sia nel futuro. Certo, dovremmo desiderare ardentemente il giorno in cui Dio “farà nuove tutte le cose”, ma non dovremmo ignorare l’opera più profonda dell’abbracciare la presenza di Gesù nella nostra vita e nelle nostre comunità.

La parabola che ho condiviso è forse inquietante per noi, anche perché illustra una verità scomoda: troppo spesso vediamo Dio come un mezzo per un fine da raggiungere. Per quegli abitanti immaginari del villaggio, il punto era Gesù stesso, non ciò che poteva offrire nel presente o nel futuro. Non credo di poterlo dire meglio dello studioso Eric Ortlund che, nel suo libro “Piercing Leviathan”, pone la domanda più scomoda di tutte: “Il popolo di Dio ama e teme Dio per amore di Dio stesso? Per Dio come scopo, come fine in sé? Oppure Dio è un mezzo per qualcos’altro? Qualcuno entrerà mai in una relazione con Dio, e la manterrà, quando l’unica cosa da guadagnare è Dio stesso?”.


Di Jesse Herford

Fonte: https://record.adventistchurch.com/2025/08/13/loving-jesus-for-who-he-is-not-what-he-offers/

Traduzione: Tiziana Calà

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