Elia: dal Carmelo a una caverna

Par Magazine Avventista

L’epico confronto di Elia sul monte Carmelo, contro quasi 900 sacerdoti di Baal e di Astarte, è l’episodio più eclatante della sua storia, un classico per bambini che abbiamo imparato presto. Il suo messaggio è semplice: se stai dalla parte di Dio, il Signore si mostrerà in maniera inequivocabile. È reale ed è più potente di tutte le altre false divinità.

Eppure, ultimamente, sono riuscito a immedesimarmi in un altro episodio, meno appariscente, della sua vita, che però ha avuto un grande impatto su di me. Per capire quell’episodio, però, dobbiamo ripartire dal monte Carmelo.

Per ore, i sacerdoti pagani sfilano urlando e facendosi dei tagli, senza che però succeda alcunché. Con una spavalderia non indifferente, Elia li provoca: “Il vostro dio sta facendo un sonnellino? Forse è in bagno?”.

Alla fine, Elia versa acqua su tutto l’altare e innalza al cielo una semplice preghiera. Il fuoco scende e consuma tutto, il sacrificio, l’altare e le pietre, il tutto in un batter d’occhio.

Ha dato prova della sua fede, ha resistito alle prove e, quando tutto è finito, può finalmente tirare un sospiro di sollievo. Ha vinto. Poi, all’improvviso, a causa di una minaccia di morte da parte di una regina stile cattiva Disney, il suo mondo crolla.

A volte, dopo intense esperienze spirituali, “sulla vetta della montagna”, ci ritroviamo svuotati e spossati quando l’euforia svanisce. Soprattutto se abbiamo contribuito noi a creare quell’esperienza attraverso il nostro servizio o ministero, possiamo sentirci fisicamente e mentalmente esausti dopo. È una realtà scomoda della vita.

Prima dello scontro, Elia fa un’osservazione significativa: “Sono rimasto io solo dei profeti del Signore”. Più avanti scopriremo che non è vero, ma in quel momento è così che Elia si sente: solo, a remare controcorrente. E forse questo ci dà un indizio per capire le sue azioni successive.

Elia ha atteso, attraversando anni di siccità, affidandosi soltanto a Dio.

Nel deserto viene persino nutrito da Dio tramite dei corvi. Poi torna alla civiltà e sfida il re a uno scontro tra sacerdoti. La sua fiducia in Dio viene confermata.

Eppure, siamo spesso critici nei confronti di Elia. “Ha fatto così tanto e poi ha perso la fede”, diciamo, annuendo e riconoscendo che può capitare anche ai migliori.

Non so tu, ma io ci sono passato. Ai limiti del burnout, ho messo tutto in discussione, pronto a gettare la spugna.

La pandemia è stata assurda, ma per me e la mia piccola famiglia è stato anche un periodo in cui siamo riusciti a superarla, felici di poterci vedere di più, benedetti dal poter stare a casa durante i primi sei mesi di vita di nostra figlia. Ma quando le cose hanno cominciato a tornare “alla normalità”, è diventato più difficile. Molti dei miei colleghi sono passati a nuovi ruoli, il che significava che stavamo formando nuove figure e ripartendo da zero tutti insieme. Per un periodo di sei mesi o più siamo rimasti senza una figura chiave nello staff. Ero sovraccarico di lavoro e sopraffatto, e poi siamo stati benedetti con un secondo bambino. Ma questo ha voluto dire meno sonno e tutto è sembrato molto più difficile rispetto alla prima volta (non eravamo più chiusi in casa insieme e la vita era molto più frenetica).

Tutto quel periodo è durato a lungo. Ero stressato, risentito, incline a confrontarmi con gli altri e mi facevo molte domande. Non è che avessi perso la fede in Dio, ma tutto mi sembrava troppo.

Forse è per questo che proprio questa parte della storia di Elia mi tocca così tanto ultimamente.

Se Elia, uno dei profeti scelti da Dio, può attraversare una stagione di dubbio e comunque aggrapparsi alla fede, allora c’è speranza per tutti noi.

Riprendiamo il racconto.

Elia fugge nel deserto e si stende per terra, pregando di morire. Vuole arrendersi. Ha portato a termine la missione che Dio gli aveva affidato e si sente solo e isolato. Dopo aver cercato di risvegliare il popolo d’Israele, gli sembra che non sia cambiato nulla. Così è pronto a mollare.

Là, un angelo si prende cura di lui. Dopo aver mangiato e dormito, Elia viaggia per 40 giorni fino al monte del Signore. In questo, Elia sceglie la cosa giusta: nel suo stato di esaurimento, continua comunque a cercare Dio.

Quando Elia arriva al monte di Dio, assistiamo a un’interazione affascinante tra Dio ed Elia.

Il racconto è ricco di paralleli con l’incontro di Mosè con Dio sullo stesso monte. Ci sono terremoto, vento e fuoco, ma il testo biblico dice che Dio non è in questi elementi. Poi Elia ode una voce dolce e sommessa. Non sappiamo cosa dica quella voce, ma è sufficiente perché Elia si copra il volto e si presenti all’ingresso della caverna in cui si era rifugiato.

Per due volte Dio chiede a Elia che cosa stia facendo lì. Dio conosce già la risposta, ma vuole che sia Elia a pronunciarla. Per due volte Elia risponde allo stesso modo. Nelle sue parole si sentono lo scoraggiamento, la delusione e la solitudine. Elia è rimasto fedele e leale, ma non si è sentito confermato in quella chiamata. Si è sentito isolato e minacciato. Pensava di aver reso possibile una grande vittoria per Dio e invece, nella sua vita, non era cambiato niente.

“Io sono stato mosso da una grande gelosia per il Signore, per il Dio degli eserciti, perché i figli d’Israele hanno abbandonato il tuo patto, hanno demolito i tuoi altari e hanno ucciso con la spada i tuoi profeti; sono rimasto io solo, e cercano di togliermi la vita” (1 Re 19:14).

La risposta di Dio a Elia è significativa. Come spesso accade quando Dio viene descritto mentre risponde al suo popolo, non affronta la domanda in modo diretto.

Invece, Dio dà a Elia un piano d’azione: un piano che gli permette di trasmettere la propria eredità e che offre speranza di cambiamento per il futuro. L’attenzione di Elia può così spostarsi su un lavoro specifico da compiere. Dio continua a usare Elia, l’uomo che si sentiva svuotato, solo e inefficace; il profeta provato dal burnout e dal dubbio. Dio chiama Elia e gli dà l’opportunità di ungere il suo successore, Eliseo, uno degli esempi più chiari nella Bibbia di affiancamento e di successione non ereditaria.

E Dio rassicura dolcemente Elia che non è davvero solo: “Ma io lascerò in Israele un residuo di settemila uomini, tutti quelli il cui ginocchio non si è piegato davanti a Baal e la cui bocca non l’ha baciato” (1 Re 19:18).

È facile sentirsi soli, soprattutto quando crediamo di fare la cosa giusta o di aver fatto sacrifici per una (buona) causa. Ma spesso Dio è già all’opera davanti a noi in modi che non vediamo o non comprendiamo subito.

Anche dopo la deviazione di Elia, Dio gli affida un ultimo compito: trasmettere la propria fede a un altro, che finirà per chiedere una “doppia porzione” del suo spirito. Ed Elia viene comunque portato in cielo su un carro di fuoco.

Elia non ha fallito. Ha fedelmente adempiuto al suo compito. I suoi dubbi e la sua depressione sono solo dei rallentamenti lungo il cammino della sua eredità.

Tu e io non siamo eroi biblici, ma possiamo comunque cercare Dio nei momenti difficili. Possiamo investire negli altri. Nella mia vita, l’antidoto al dubbio e al burnout è stato aggrapparmi con tenacia a Dio, che alla fine mi ha mostrato ciò che stava facendo in me e negli altri, rispondendo lentamente alle mie preghiere e cambiando il mio punto di vista.

Un’altra cosa che ci aiuta a superare i momenti più duri è ricordare i miracoli che Dio ha compiuto e i modi in cui ci ha guidati in passato. […]

Nel bel mezzo del burnout, ricordare la guida di Dio nella mia vita mi ha aiutato a resistere in attesa di giorni migliori. La mia preghiera è che, se ti fiderai di Dio anche nei momenti difficili, tu possa vedere la sua mano all’opera e che lui ti conduca fuori dalla tua caverna, verso la sua eredità gloriosa.


Di Jarrod Stackelroth, caporedattore di Adventist Record e Signs of the Times.

Fonte: https://record.adventistchurch.com/2025/12/04/elijah-from-carmel-to-a-cave/

Traduzione: Tiziana Calà

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