La nuova genitorialità: un gioco di strategia

Par Magazine Avventista •


Uno dei cambiamenti più evidenti nella genitorialità contemporanea è il modo in cui sta iniziando a somigliare a un videogioco ben progettato, capace di creare dipendenza nei giocatori. Ma cosa succede ai genitori che sentono di star perdendo la partita?


Sono le 22:45 e lei è ancora china sul piano della cucina, a cancellare le ultime tracce di una serata ordinaria: briciole, sugo versato e altri piccoli segni a dimostrazione di una vita vissuta. La casa è immersa nel silenzio, ma la sua mente è un luogo affollato, pieno di pensieri che vanno e vengono come treni in stazione. Il treno “oggi ho di nuovo urlato al mio figlio maggiore” è appena arrivato.

Prende il telefono senza quasi accorgersene. Una rapida ricerca nel gruppo delle mamme la catapulta in una discussione con decine di messaggi su come gestire i capricci. In cerca di rassicurazione e guida, o forse solo di una voce familiare che le dica che non è sola, trova invece motivi per sentirsi in colpa.

Esce dalla pagina del gruppo, con l’intenzione di vedere cosa c’è di nuovo nel suo feed. “Questi sette errori traumatizzano tuo figlio senza che tu lo voglia”. Le si forma un nodo in gola. Dovrebbe andare a dormire, ma resta lì, lasciando che la luce blu dello schermo faccia da mediatrice tra la sua stanchezza e la speranza che domani andrà meglio.


Trasformare la genitorialità in gioco

I progettisti di videogiochi conoscono e applicano un principio che garantisce l’attrattiva delle loro creazioni: i giocatori restano coinvolti finché percepiscono di avere il controllo di circa l’80% della situazione, mentre il restante 20%, incontrollabile e imprevedibile, continua a metterli alla prova. È questa proporzione che impedisce ai giocatori di chiudere il gioco e li spinge verso un altro livello, nella speranza che questa volta possano decifrare ciò che stavano cercando.

Gli psicologi hanno osservato da tempo un fenomeno molto simile. Quando un incarico viene completamente padroneggiato, fino all’ultimo dettaglio, la motivazione evapora. Tuttavia, quando una persona sente di essere a un passo dal padroneggiare un incarico, abbastanza vicina da far sembrare il progresso inevitabile ma non garantito, il suo coinvolgimento aumenta. Le persone restano affascinate quando il successo sembra a portata di mano, pur non venendo garantito.

Nella psicologia comportamentale, questo meccanismo è noto come “rinforzo intermittente”. Nel 1957, Ferster e Skinner dimostrarono che i sistemi che offrono successo a intervalli imprevedibili ma frequenti generano il più alto livello di perseveranza.

In Flow: The Psychology of Optimal Experience, Mihaly Csikszentmihalyi osserva che lo stato di “flow” si verifica al limite della competenza, nel delicato equilibrio tra ciò che sappiamo fare e ciò che non abbiamo ancora padroneggiato. James Paul Gee, in What Video Games Have to Teach Us About Learning and Literacy, chiama questo fenomeno “cicli di competenza”: i giochi ti tengono impegnato proprio perché offrono una successione di momenti di chiarezza seguiti da momenti di disorientamento controllato. Jesper Juul, nella sua analisi della difficoltà nei videogiochi in “Fear of Failing? The Many Meanings of Difficulty in Video Games”, mostra che non è il successo costante ad attrarci, ma il fallimento parziale, cioè quel tipo di fallimento che promette il successo se ci riprovi. La somiglianza tra questo meccanismo e l’esperienza della genitorialità odierna è sorprendente.


Cosa alimenta il perfezionismo genitoriale?

I genitori spesso sperimentano momenti di successo che danno loro un senso di controllo, come gestire un capriccio con calma, godersi una buona notte di riposo o avere una conversazione con il proprio figlio in cui sembra aprirsi. Questi sono momenti indubbiamente soddisfacenti che danno ai genitori l’impressione che i loro metodi stiano funzionando. Tuttavia, questi momenti sono raramente stabili. Presto, l’apparente equilibrio viene rivoluzionato.

La crisi che sembrava attenuarsi ritorna con intensità inaspettata. Il bambino che ha dormito perfettamente una notte si sveglia tre volte prima di mezzanotte la notte successiva. La comunicazione aperta improvvisamente evapora, sostituita da un sicuro “non te lo dico” che solo i bambini sanno pronunciare. Anche le strategie raccomandate dagli esperti, che sembravano funzionare da mesi, possono dissolversi senza preavviso, come se non fossero mai esistite.

Sebbene non sia l’esperienza più confortevole, questo schema ripetitivo fa parte della formazione umana. Le persone non si sviluppano in modo lineare, ma fanno passi avanti e indietro. Tuttavia, i genitori, costantemente esposti a discorsi sui metodi ottimali, tendono a interpretare le fluttuazioni del proprio figlio come un feedback negativo sulla loro performance come genitori. Ogni passo avanti conferma che stanno facendo bene, e ogni passo indietro suggerisce che hanno frainteso qualcosa. Così, ricompensa e frustrazione si alternano a un ritmo che tiene i genitori in un ciclo continuo di adattamento, consumo di informazioni e miglioramento. L’industria della genitorialità amplifica questo ciclo: per ogni fallimento, ci sono cinque risorse, quattro libri, tre podcast, due webinar a pagamento e un video di un influencer che spiega ai genitori cosa hanno sbagliato.

Parte della pressione che i genitori sentono è naturale e inevitabile. L’altra parte è costruita culturalmente e deriva dalla visione della società sulla genitorialità come un campo in cui si stabiliscono l’identità adulta, la moralità e l’autostima. Tuttavia, la trappola di cercare realizzazione attraverso i propri figli non è un fenomeno nuovo. Ciò che è nuovo è che i genitori devono ora navigare paradossi culturali completamente diversi.


La cultura del “questo… ma anche quello…”

Con l’erosione dell’autorità comunitaria, della famiglia allargata e dell’influenza della chiesa, i genitori rimangono soli in un presente che chiede loro costantemente tanto su innumerevoli aspetti. Allo stesso tempo, ricevono un flusso continuo di micro-consigli, protocolli e avvertimenti. Un giorno, imparano che non è consigliabile dormire nella stessa stanza del proprio figlio. Il giorno dopo, un’altra figura autoritaria dice esattamente il contrario. Una settimana, un influencer diventa virale con l’idea che un certo tipo di giocattolo stimoli “l’intelligenza emotiva”. La settimana dopo, lo stesso oggetto è considerato sospetto a causa di nuovi studi.

Per quanto ben intenzionata possa essere la comunità professionale dei genitori, l’expertise è, per sua natura, frammentata. Ogni specialista ha la propria prospettiva, teoria e studi. Ciò che uno psicologo considera un comportamento normale per un bambino di una certa età, un altro può considerarlo un trauma latente. Per uno specialista del comportamento, è disciplina; per un esperto di attaccamento, è una mancata opportunità di connessione. Senza una bussola esterna, i genitori rimangono intrappolati tra queste interpretazioni incompatibili.

Il risultato è un clima di iper-responsabilità. I genitori sentono di dover anticipare tutte le variabili, controllare tutti i rischi e massimizzare tutte le opportunità. Internalizzano inevitabilmente anche tutti i fallimenti. Se il bambino è ansioso, è colpa del genitore per non aver applicato correttamente una tecnica di co-regolazione. Se il bambino è frustrato, forse è perché il genitore non ha validato le sue emozioni. Se è disattento, forse è stato esposto agli schermi troppo presto o per troppo tempo. In altre parole, la genitorialità è diventata una sorta di ingegneria comportamentale con tolleranza zero per l’errore genitoriale.

Paradossalmente, questo approccio tecnico alla vita familiare coesiste con una cultura che enfatizza autenticità e vulnerabilità. Nei podcast e nelle interviste, i genitori parlano di quanto trovino difficile, di quanto siano esausti e di come cerchino di trovare un equilibrio. Tuttavia, queste confessioni non alleviano la pressione, perché in questo ecosistema la vulnerabilità stessa diventa una forma di realizzazione.

Alla fine, tutta questa dinamica estremamente complessa ha un fondamento morale; un fondamento potente, ma non apertamente riconosciuto.


La genitorialità è un campo moralizzante

Sebbene viviamo in società secolari e la genitorialità non abbia più un contesto spirituale, conserva paradossalmente la sua intensità morale. I genitori continuano a sentire il peso etico del loro ruolo, anche se non hanno più un sistema di riferimento trascendente per contestualizzare i loro fallimenti e fondare le loro aspettative.

Infatti, il concetto di “privazione trascendente” sta diventando sempre più prevalente nelle analisi della cultura contemporanea, riflettendo il senso che il mondo non fornisca più punti di riferimento morali o simbolici oltre il singolo individuo, lasciando le persone sospese in un presente che non offre promesse di futuro. Il filosofo Charles Taylor descrive questa condizione in The Age of Authenticity, in cui l’identità non è più stabilizzata da una verità esterna, ma costruita esclusivamente attraverso l’introspezione e l’espressione di sé. Tuttavia, questo volgersi verso l’interno non è necessariamente liberatorio. Spesso, è vero proprio il contrario: volgersi verso l’interno mette un’enorme pressione sull’individuo, che diventa l’unico responsabile del definire il proprio significato.

In assenza di punti di riferimento trascendenti, la società inizia a moralizzare aree che prima erano neutre, come la nutrizione, l’ecologia, lo stile di vita e la genitorialità. Come sottolinea Jonathan Haidt, le persone tendono naturalmente a trasformare certe pratiche in domini morali, spazi in cui il giudizio morale si intensifica e in cui emergono rivendicazioni di purezza, colpa e virtù. Quando la trascendenza è assente, la moralità non scompare, ma cerca altri ambiti attraverso cui esprimersi.

In questo contesto, l’iper-moralizzazione della genitorialità si ritorce contro i genitori. Finiscono per essere non solo gli autori delle regole, ma anche i loro valutatori e i primi ad essere accusati quando non riescono a rispettarle. Le piccole deviazioni assumono dimensioni sproporzionate e ogni successo impone la necessità di raggiungere un nuovo standard. Furtivamente, la genitorialità assume i contorni di una religione che non conosce né grazia né riposo.

In questo senso, si può dire che la relazione con il figlio diventa un idolo. Questo non accade perché i genitori amano troppo i loro figli, ma perché inconsciamente cercano di estrarre da questo amore ciò che un tempo estraevano dalla loro relazione con il divino: significato, giustificazione e perdono. Si tratta di una significativa vulnerabilità della nostra cultura.


Un bene legittimo trasformato in idolo

Nel discorso pubblico contemporaneo, la parola “idolatria” non trova spazio. Sembra più un residuo di un mondo scomparso, popolato da antichi, figure scolpite e rituali primitivi. Tuttavia, nella teologia classica, l’idolatria è un fenomeno che va ben oltre la venerazione di oggetti; al contrario, si tratta di uno spostamento errato dell’affetto. Da questo punto di vista, l’idolatria non è scomparsa con le civiltà antiche; è diventata più raffinata, sinonimo della distorsione di qualcosa di essenziale o vitale elevandolo a criterio ultimo della propria esistenza.

Nella tradizione cristiana, questo concetto è evidente già in Agostino, che affermava che il peccato primario non è l’immoralità, ma un disordine degli amori. Non è che ami qualcosa di sbagliato; ma ami qualcosa di troppo buono, al punto che la tua struttura interiore si riorienta completamente intorno a quella cosa.


Riconciliazione

Il cristianesimo entra in questo panorama come una forza trasformatrice perché al cuore del messaggio cristiano c’è un’affermazione radicale: l’umanità non è Dio, e il figlio non è il suo progetto messianico. Questo limite, tuttavia, non è una perdita, ma una liberazione. La nostra cultura dice costantemente ai genitori che sono responsabili di tutto: la regolazione emotiva del bambino, la struttura dell’attaccamento e il futuro psicologico del bambino. Il Vangelo sfida questo messaggio affermando che esiste un’autorità oltre il genitore: un’autorità morale e ontologica che non può essere fabbricata, gestita o ottimizzata.

Da una prospettiva cristiana, il figlio non è un’estensione dell’identità dei genitori, né la prova della loro competenza morale. Avere un figlio è un dono nel senso più vero della parola. Il concetto di “dono” implica ricevere, non produrre. A sua volta, “ricevere” implica gratitudine e responsabilità, mentre “produrre” implica controllo e valutazione. La genitorialità moderna opera quasi esclusivamente con quest’ultimo aspetto. Il Vangelo sposta deliberatamente l’attenzione sul primo aspetto.

Questo cambio di prospettiva influisce direttamente su come i genitori sperimentano la colpa. Senza un punto di riferimento trascendente, la colpa non ha dove andare. Non può essere perdonata o trasformata perché non c’è nessuno a perdonare e trasformare. I genitori sono costretti a gestire la colpa da soli, il che porta a uno sforzo continuo di autocorrezione e ottimizzazione. Questa pressione costante finisce per consumare più energia della relazione stessa con il figlio. Secondo la logica cristiana, la colpa è una realtà umana inevitabile, ma non rimane solo sulle spalle del singolo individuo. Può essere e deve essere affidata a Colui che si è offerto di portarla, Cristo, perché è l’unico che sa davvero cosa farne.

Il perdono che Cristo offre ai genitori li mantiene responsabili, ma li rimuove dal ciclo di pressione costante. Senza perdono, la responsabilità diventa rigida e opprimente. Con il perdono, invece, può essere abbracciata senza paura e trasformata in un catalizzatore di crescita. Per una cultura ossessionata dalla performance, è prevedibile che questa sia una verità difficile da abbracciare: il fallimento non è, di per sé, distruttivo. Diventa distruttivo solo quando non c’è nulla oltre di esso.

Il Vangelo offre anche una prospettiva importante sull’ansia da performance. Se il significato ultimo della vita non dipende dal successo del figlio, allora regressione, conflitto o fragilità non hanno più un assoluto significato morale. Queste questioni restano reali e dolorose, e a volte estenuanti, ma non sono più definitive. La genitorialità non funziona più come un gioco in cui rischiare, non perché le poste in gioco siano insignificanti, ma perché non sono definitive.

Forse l’aspetto più difficile da accettare del cristianesimo in questo contesto è il suo rifiuto di elevare la genitorialità a valore sacro. Oggi, ci si aspetta che i genitori siano costantemente presenti ed emotivamente disponibili, nonché in grado di risolvere qualsiasi problema sorga. Tuttavia, il Vangelo ci ricorda il “dovere” del riposo, basato sulla convinzione che il mondo continui anche quando ci fermiamo. Questo include tuo figlio.


Di Alina Kartman

Fonte: https://st.network/analysis/top/how-parenting-has-turned-into-a-strategy-game.html

Traduzione: Tiziana Calà

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