La storia di Neemia: tra fallimenti e successi

Par Magazine Avventista

Anni fa ero un giovane pastore in una grande chiesa piena di anziani e persone di mezza età. Un’intera fascia d’età mancava del tutto: adolescenti e giovani adulti. “Per favore riportali in chiesa”, mi supplicavano i genitori, come se fossi l’unico capace di farlo. Così, mia moglie e io abbiamo investito su alcuni membri chiave della chiesa: giovani adulti con potenziale di leadership. Insieme abbiamo costruito un ministero giovanile che è cresciuto molto più rapidamente di quanto avessimo mai immaginato. È stato incredibilmente emozionante e gratificante.

Poi, come spesso accade, venni trasferito. Il presidente di federazione mi disse che avevo bisogno di una mia chiesa e che ciò sarebbe stato positivo per la mia crescita. Riluttanti, mia moglie e io accettammo. Passarono i mesi e il senso di colpa per non essere rimasto in contatto con le persone con cui avevo speso così tanto tempo fu inevitabilmente messo da parte, mentre si affacciavano nuove sfide. Ma poi, inaspettatamente, und membro di chiesa sganciò la bomba. Uno dei nostri principali responsabili del ministero giovanile aveva avuto una battuta d’arresto morale e si era dimesso. Non lo sapevo ancora, ma quello fu il colpo di grazia per il ministero. Nel giro di sei mesi tutti i responsabili si dimisero. Nel giro di un anno, il ministero era morto.

Se hai mai vissuto qualcosa del genere sai quanto possa essere devastante vedere un’opera sulla quale hai lavorato così duramente fallire in modo così spettacolare. Anche se i miei mentori e colleghi cercavano di convincermi del contrario, mi sentivo personalmente responsabile del fallimento del ministero. Forse c’era qualcosa che avrei potuto, o peggio, che avrei dovuto, fare diversamente. Mi sentivo responsabile di ogni genitore che mi aveva pregato di “salvare” suo figlio. Mi sentivo responsabile degli adolescenti e dei giovani adulti. Mi sentivo responsabile dei battesimi che non sarebbero avvenuti. E soprattutto mi chiedevo: è stato tutto inutile?

La delusione e il fallimento fanno parte della vita, ma alcuni fallimenti fanno più male di altri.

Nel 586 a.C. il regno di Giuda subì la sua più devastante sconfitta per mano di Babilonia. Gerusalemme venne conquistata, le sue mura abbattute e il tempio distrutto. Un’intera generazione fu costretta a trascorrere il resto della propria vita in esilio. Le cose cambiarono quando Babilonia fu conquistata dalla Persia. La speranza fu riaccesa quando il re Ciro, nel 538 a.C., dichiarò: “Chiunque tra voi è del suo popolo, il suo Dio sia con lui, salga a Gerusalemme, che si trova in Giuda, e costruisca la casa del Signore, Dio d’Israele, del Dio che è a Gerusalemme” (Esdra 1:3).

Tra questi esuli vi erano tre leader di spicco: Zorobabele, Esdra e Neemia.

La storia di Zorobabele, nei primi sei capitoli di Esdra, lo vede guidare la prima ondata di esuli di ritorno a Gerusalemme. Il loro primo obiettivo è ricostruire l’altare e poi il tempio, così che il servizio di adorazione possa riprendere. Tuttavia, quando le popolazioni che vivono intorno a Gerusalemme ne vengono a conoscenza, si presentano da Zorobabele dicendo: “Noi vogliamo costruire con voi, perché, come voi, noi cerchiamo il vostro Dio” (Esdra 4:2). Zorobabele li respinge bruscamente, dicendo chiaramente che non sarà loro permesso di partecipare ai lavori. Offesi e indignati, questi abitanti scrivono al re Artaserse (Ciro era già morto), che ordina l’interruzione dei lavori. La costruzione riprenderà solo più tardi, sotto il re Dario.

La storia di Esdra riprende nei capitoli 7–10. Decenni dopo Zorobabele, il sacerdote Esdra guida un altro grande contingente di esuli verso Gerusalemme. Esdra rimane sconvolto nello scoprire che alcuni abitanti di Gerusalemme hanno “mescolato la stirpe santa con i popoli di questi paesi” (Esdra 9:2): hanno sposato persone non ebree, facendo con loro dei figli. Una volta arrivato, raduna il popolo e tiene una lunga serie di discorsi in cui denuncia questi matrimoni misti, accompagnandoli con una forte dimostrazione di umiliazione (cfr. Esdra 9:5; 10:1). Si decide che tutti gli uomini che hanno sposato donne straniere dovranno ripudiarle, pena la confisca dei beni e l’esilio (cfr. 10:7). Molti lo fanno e la parte finale del libro di Esdra è un elenco di coloro che hanno ripudiato le proprie mogli (cfr. 10:18–44). Tuttavia, non tutti ubbidiscono all’ordine, e la storia si conclude con questo strano anticlimax.

Probabilmente, se hai mai sentito predicare su questo periodo, non hai sentito parlare molto di Zorobabele o di Esdra. La figura solitaria sulla quale di solito ci soffermiamo nei nostri culti o racconti è Neemia. Se lo conosci, probabilmente puoi riassumere la sua storia in pochi passaggi: Neemia viene a sapere della situazione delle mura di Gerusalemme, convince il re a lasciargli guidare un grande progetto di ricostruzione, affronta opposizione ma alla fine vince contro ogni previsione (cfr. Neemia 1–7). Qui si ferma la maggior parte delle riflessioni su Neemia. Tuttavia, se continui a leggere, scopri che, come i suoi predecessori, anche la sua storia ha un finale strano.

Dopo il completamento delle mura, Neemia ed Esdra guidano una grande celebrazione. Viene ricordata la storia dell’Esodo, si tiene una confessione collettiva dei peccati e tutto il popolo promette di rinnovare il patto con Dio e di ubbidire alla Torah. Poco dopo, però, il re richiama Neemia, che rimane lontano per un certo tempo. Quando ritorna, rimane sconvolto nel trovare il tempio mal gestito, i mercanti che fanno affari di sabato e uomini della tribù di Giuda che hanno sposato donne straniere e portano in giro i loro bambini, alcuni dei quali non parlano neppure l’ebraico! L’ultima immagine che abbiamo di Neemia è quella di lui che invoca maledizioni su questi uomini, li picchia, strappa loro i capelli e poi eleva una preghiera a Dio ricordandogli tutto ciò che ha fatto per lui, con una richiesta finale: “Ricordati di me, mio Dio, per farmi del bene!” (Neemia 13:31).

Perché queste storie sono nella Bibbia? Per capire che contributo volevano apportare, dobbiamo considerare che cosa tentavano di ottenere questi tre uomini. Il profeta Geremia aveva predetto che dall’esilio sarebbe nato il Messia tanto atteso, che avrebbe restaurato la nazione d’Israele. Ma non si sarebbe trattato solo di una restaurazione politica, bensì personale: “Io metterò la mia legge nell’intimo loro, la scriverò sul loro cuore, e io sarò loro Dio ed essi saranno mio popolo” (Geremia 31:33). Tutti i leader di queste storie cercano di portare restaurazione, ma lo fanno nel modo sbagliato.

Zorobabele pensa che ricostruire il tempio ed escludere gli abitanti “impuri” porterà restaurazione, ma così non fa che creare conflitti che vanno contro i piani di Dio per il suo popolo. Esdra pensa che estirpare “l’impurità” nei matrimoni porterà restaurazione, ma così non fa che distruggere famiglie.

Neemia pensa che costruire le mura porterà restaurazione, ma prendere a pugni la gente e strapparle i capelli non è certo il modo giusto per farlo.

Tutti questi uomini sognano la restaurazione promessa dai profeti, ma, nel tentativo di renderla reale, affrontano solo i sintomi esterni, non il vero problema.

Quando ho saputo del crollo del ministero giovanile a cui avevo dedicato tanto tempo, ero arrabbiato: arrabbiato con la chiesa per averlo lasciato morire, arrabbiato con i responsabili nei quali avevo riposto tanta fiducia, ma soprattutto arrabbiato con me stesso. I progressi che avevamo fatto erano senza precedenti e, in quel momento, tutto sembrava guidato da Dio. Proprio per questo, la delusione finale ha fatto così male. Col senno di poi, mi rendo conto di quanto il mio ego fosse intrecciato con quel ministero. Ci avevo messo così tanto di me che, quando è morto, è stato come se una parte di me fosse morta con lui. Nella chiesa, è spesso questo che ci rovina: quando vediamo il ministero come “il nostro ministero” e non come quello di Dio, il suo successo o fallimento diventa lo specchio del nostro valore.

Se leggessimo queste storie solo in superficie, potremmo concludere facilmente che siano storie di fallimento. In realtà, rivelano il vero bisogno degli esuli: una trasformazione del cuore a tutto tondo. Anche se il popolo è tornato nella sua terra, è ancora in esilio nel proprio cuore. Non ha bisogno di un nuovo tempio, di nuove mura o di nuove mogli; ha bisogno che Dio “tolga dal loro corpo il cuore di pietra e dia loro un cuore di carne” (cfr. Ezechiele 36:26). Ha bisogno del Messia.

Anche se la storia di quel ministero giovanile si è conclusa con tristezza, la storia di Dio in quella comunità non è finita lì. Alcuni sono caduti, ma altre persone hanno preso il loro posto. Si sono tenuti studi biblici, si è fatto discepolato e da tutto questo sono venuti anche dei battesimi. Da allora ho imparato che Dio non lavora solo nonostante le nostre debolezze, ma proprio dentro di esse. Anche se il fallimento e il successo si intrecciano negli sforzi di Zorobabele, Esdra e Neemia, è evidente che Dio ha comunque operato tramite loro. E, anche se nella nostra vita si alternano successi e fallimenti, Dio continua a operare attraverso di essi. Come Dio ha detto all’apostolo Paolo: “La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza. Perciò molto volentieri mi vanterò piuttosto delle mie debolezze, affinché la potenza di Cristo riposi su di me” (2 Corinzi 12:9). Possa la potenza di Cristo scendere su di te, soprattutto nei tuoi fallimenti.


Di Jesse Herford, condirettore di Signs of the Times.

Fonte: https://record.adventistchurch.com/2025/08/28/nehemiah-failure-and-success/

Traduzione: Tiziana Calà

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