Samuele: saper ascoltare nel silenzio

Par Magazine Avventista

Non so cosa ne pensi, ma a me i silenzi imbarazzanti nelle conversazioni mi fanno sentire, beh… imbarazzata. Spesso inizio a parlare con foga per riempire il vuoto. Riflettendoci, a volte è proprio così che cerco di riempire il silenzio che sento da parte di Dio: chiedo consigli ad altre persone, provo a indovinare qual è lo scopo che Dio ha per me e mi distraggo invece di fermarmi a pregare e ascoltare davvero.

Ci sono stati momenti nella mia vita in cui ho avuto l’impressione di aspettare che Dio aprisse la porta successiva e rendesse chiari i suoi piani. Ma a essere onesta, non sono molto paziente quando si tratta di aspettare. Guardandomi indietro, mi chiedo se quei periodi di silenzio non fossero momenti in cui Dio stava cercando di dirmi qualcosa.


Nel silenzio

Disperazione, desiderio, mancanza di speranza: questi sentimenti hanno segnato le preghiere di innumerevoli persone nel corso della storia, e forse anche le tue. È ciò che vediamo nelle preghiere di Anna, una donna israelita che desiderava un figlio e si rivolse a Dio, chiedendo di essere liberata dalla sterilità. Dopo anni e anni di quello che sembrava silenzio, Dio la benedisse con un bambino. Questo bambino, Samuele, fu la risposta alle sue preghiere.

Riconoscente per il dono che Dio le aveva dato, Anna portò Samuele al tempio e lo consacrò per diventare strumento di Dio. Lì, il sacerdote Eli si prese la responsabilità di istruirlo e guidarlo: “Intanto il piccolo Samuele continuava a crescere ed era gradito sia al Signore sia agli uomini” (1 Samuele 2:26).

Una notte, mentre Samuele era a letto, udì una voce che lo chiamava per nome. Pensando fosse Eli, corse da lui, ma Eli rispose che non lo aveva chiamato. Questo accadde altre due volte prima che Eli capisse che doveva essere Dio che chiamava Samuele. Disse a Samuele cosa fare se fosse successo di nuovo, e Samuele tornò nel suo letto e aspettò. Quando la voce lo chiamò ancora, Samuele rispose: “Parla, poiché il tuo servo ascolta” (1 Samuele 3:10). Dio allora rivelò a Samuele ciò che avrebbe fatto in futuro.

Man mano che la storia va avanti, vediamo Samuele diventare un profeta di Dio, che parla a persone come Saul e Davide da parte di Dio, avendo un profondo impatto sulle loro vite. Ciò che colpisce è che Dio non parlò a Samuele in mezzo alla frenesia del lavoro e del servizio nel tempio, ma nella quiete della notte. Siamo così assorbiti dalle nostre attività quotidiane, persino da ciò che facciamo per Dio, da perdere ciò che desidera dirci?


Chiamato a rispondere

Samuele udì Dio che lo chiamava e dovette decidere di rispondere. La sua replica, “Parla, poiché il tuo servo ascolta” (1 Samuele 3:10), mostra che voleva sapere cosa Dio aveva da dirgli. Chiamandosi servo, rivelò un cuore umile che onorava Colui a cui stava parlando.

Anche se Anna era una donna timorata di Dio ed Eli aveva dedicato la vita a servirlo, fu a Samuele che Dio si rivelò. Essere circondati da persone fedeli o servire nel ministero non può mai sostituire una connessione personale e intenzionale con il Signore. Nonostante Samuele svolgesse fedelmente i suoi doveri nel tempio, arrivò un momento in cui dovette aprire il suo cuore direttamente a Dio, e lo stesso vale per noi.

I figli di Eli lavoravano nel tempio, ma i loro cuori non erano pienamente devoti. La loro storia ci sfida a riflettere, chiedendoci se a volte non facciamo la stessa cosa: serviamo per obbligo piuttosto che volontariamente, con amore.

È facile percepire il silenzio di Dio come se non stesse ascoltando, non stesse agendo, non stesse rispondendo. Eppure, nel caso di Samuele, fu proprio nel silenzio che Dio si avvicinò e attirò la sua attenzione. Lo stesso potrebbe avvenire nelle nostre vite. I periodi di quiete potrebbero essere i momenti in cui Dio ci invita ad accrescere la nostra fede e la fiducia in lui.

“Samuele, Samuele”: Dio sta chiamando il tuo nome oggi? Sta cercando di attirare la tua attenzione in mezzo alla frenesia della vita, alle responsabilità infinite, alla lunga lista di aspettative personali? Trovare momenti intenzionali di silenzio ci permette di udire ciò che ha da dirci. Come sarebbe nella tua vita stare in silenzio con Dio? Cosa accadrebbe se trovassi il tempo per restare in silenzio e ascoltare ciò che Dio vuole dirti?


Nei panni di Samuele

Pensando alla vita di Samuele e riflettendo sulla mia, mi rendo conto che forse Dio non è stato silenzioso affatto. Forse sono stata solo troppo distratta, troppo occupata, troppo irrequieta per sentirlo. Forse non ho posato il telefono per abbastanza tempo, abbassato il volume della musica o chiuso la porta per sedermi e ascoltare.

L’ho notato di recente da quando ho iniziato a digiunare e pregare una volta alla settimana con alcuni membri di chiesa. Non me la sono cavata male con il digiuno, ma trovare il tempo per stare in silenzio, pregare e ascoltare è stato molto più difficile. C’è sempre qualcosa da guardare, piatti da lavare o vestiti da sistemare. Mi è risultato difficile stare semplicemente in silenzio.

Se non siamo intenzionali nel fermarci e nel dedicare tempo a Dio, rischiamo di perderci ciò che sta cercando di dirci. Rischiamo di perdere il tempo con lui.

Molti di noi si sono abituati a messaggi istantanei, consegne postali veloci e intrattenimento 24/7. Tutto questo può rendere il silenzio estraneo, noioso e a volte persino scomodo. Le nostre letture bibliche e le nostre preghiere possono iniziare a seguire lo stesso ritmo, diventando frettolose mentre ci affrettiamo a “vivere la vita”. Eppure, quando la salute peggiora, i colloqui di lavoro non portano a nuovi sbocchi e le relazioni diventano tese, spesso vogliamo una soluzione rapida. Vogliamo che Dio faccia qualcosa per non dover sopportare il dolore e l’attesa. Lo trattiamo come un compagno occasionale, rivolgendoci a lui solo quando ne abbiamo bisogno.

Non è questo il tipo di relazione che voglio con lui. Voglio Dio in ogni parte della mia giornata. Voglio che i miei pensieri e desideri siano allineati con la sua volontà. Voglio che il suo amore sia evidente nella vita che vivo. E questo inizia con il dedicare tempo a stare alla sua presenza, stando fermi e pronti all’ascolto. Perché so che Dio mi sostiene sempre, facendo concorrere tutto al mio bene, anche nel silenzio. Come potrebbe cambiare la tua vita se anche tu trovassi il tempo per fermarti davvero e ascoltarlo?


Di Jöelle Weekes, originaria del Sudafrica; ora vive a Kingscliff, in Australia, dove serve nel programma di discepolato ARISE.

Fonte: https://record.adventistchurch.com/2025/11/24/samuel-hearing-in-the-silence/

Traduzione: Tiziana Calà

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