Sono ancora qui

Par Magazine Avventista


Alcune mattine mi sveglio con un peso già premuto sul petto, come se il dolore fosse arrivato prima che aprissi gli occhi. La stanza è ferma, silenziosa, ma dentro di me c’è una tempesta che non dorme mai. E la parte peggiore? Non è una cosa nuova. Non è improvvisa. È familiare. Sembra un’ombra che mi segue dall’alba a mezzanotte, sussurrando bugie che ho già sentito troppe volte: non vali abbastanza; sei troppo stanca per combattere; sarebbe tutto più facile se tu ti lasciassi andare.

Non ricordo nemmeno quando è iniziata questa mia battaglia. Non ricordo quando vivere ha cominciato a sembrare una decisione da rifare ogni singolo giorno. Non ci sono stati momenti drammatici, nessuna grande tragedia che mi abbia spezzata in un colpo solo. È piuttosto come una lenta erosione, mille piccoli tagli fatti di delusione, solitudine, stanchezza e lutto. Eppure, nonostante il buio, nonostante il desiderio doloroso di scappare da tutto, sono ancora qui. Sto ancora lottando, anche se ogni giorno mi chiedo se dovrei farlo. E so che non è la mia forza a tenermi in vita. È Gesù.

Ci sono giorni in cui riesco a malapena a sussurrare il suo nome, in cui leggere la Scrittura è come sollevare pesi enormi. Ma lo faccio lo stesso. Non perché sia facile. Non perché io creda sempre con una fede perfetta. Ma perché ho imparato che Gesù è più vicino proprio quando sono nel culmine della mia debolezza.

Ho letto questo testo “Il Signore è vicino a quelli che hanno il cuore afflitto, salva gli umili di spirito” (Salmo 34:18) e mi aggrappo a questo versetto come una persona che sta affogando si aggrappa a un pezzo di legno alla deriva.

A volte mi chiedo cosa penserebbero gli altri se sapessero quanto piango sotto la doccia. Se vedessero quante volte fisso il vuoto cercando di convincere il dolore ad addormentarsi. All’esterno cerco di funzionare: vado al lavoro, mi sforzo di sorridere, riesco perfino a ridere. Ma sotto tutto questo c’è una preghiera disperata: “Gesù, ti prego, non lasciarmi. Ti prego. Non oggi”.

E lui non lo fa.

Non ci sono stati fulmini dal cielo, né cambiamenti miracolosi dall’oggi al domani. Ma ci sono state piccole benedizioni che mi hanno tenuta in vita. Una canzone sentita al momento giusto. Un messaggio di un’amica. Un versetto della Bibbia che non stavo nemmeno cercando e che parla direttamente al dolore della mia anima. Un casuale gesto di gentilezza. Sono questi i momenti in cui so che lui è ancora con me. Sono questi i fili di grazia che continuo a intrecciare nella mia volontà di vivere.

Mi vergogno tantissimo di quanto faccio fatica, perché pensavo che essere cristiana significasse dover essere sempre gioiosa, piena di lode e di pace. Ma ho capito che la vera fede non assomiglia sempre alla vittoria. A volte assomiglia al restare aggrappati per un filo. A volte è trascinarsi in chiesa con le lacrime agli occhi o sussurrare preghiere a denti stretti. A volte la fede è semplicemente rifiutarsi di morire quando il buio ti dice che morire sarebbe l’unico sollievo.

Ed ecco che cosa ho imparato in questa valle: Gesù non è deluso da me perché sto facendo fatica. Non si allontana perché piango o perché sono debole. Non mi guarda dall’alto in basso perché mi chiedo se riuscirò a superare un altro giorno. Credo invece che si inginocchi accanto a me. Tiene nelle sue le mie mani tremanti. Piange con me. Mi dice: “Ti vedo. Ti amo. Non vado da nessuna parte”.

La maggior parte dei giorni voglio ancora arrendermi. Non mentirò su questo. Il dolore non scompare solo perché prego. Ma Gesù mi dà una forza che non riesco ad afferrare completamente. Mi dona un altro respiro, un’altra alba, un altro motivo per riprovarci. E lentamente, molto lentamente, ho cominciato a vedere che la mia storia non è finita. Che c’è uno scopo persino in questo momento di buio. Che forse la mia caduta è il luogo in cui la sua gloria risplende più luminosa.

Se stai leggendo questo articolo e ti senti come me, come se il buio fosse troppo, voglio dirti una cosa nel modo più chiaro possibile: non sei solo. Gesù non ti ha lasciato. Non sei debole perché ti senti così. Non sei senza fede perché stai facendo fatica. Anzi, il semplice fatto che tu sia ancora qui è il segno di un coraggio sorprendente.

Non devi fingere. Non devi sistemare tutto. Continua solo a respirare. Continua a sussurrare il suo nome. Continua a presentarti ai piedi della croce. Anche quando è tutto incasinato. Anche quando ti senti un fallimento. Perché Gesù non sta aspettando che tu rimetta tutto in ordine: sta camminando con te in ogni momento difficile. Questa battaglia è reale. Ma lo è anche il Salvatore che ci tiene nelle sue mani. E ogni giorno in cui scegliamo di vivere, anche quando fa male, dichiariamo che il suo amore è più forte delle tenebre.

Sono ancora qui.

E per la grazia di Dio, sarò qui anche domani.

Di Tanya Leigh Wood, un’autrice dell’Australia Occidentale. È una moglie devota e madre di quattro figli, con una passione per la scrittura e per la condivisione di storie di vita quotidiana che rivelano la presenza di Dio nelle nostre vite, in ogni stagione dell’esistenza.

Fonte: https://record.adventistchurch.com/2025/10/08/im-still-here/

Traduzione: Tiziana Calà

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