Una corsa, una sfida, una vittoria su sé stessi

Par Corrado Cozzi •

Intervista a Donato Stasi, che ha partecipato alla Maratona di Losanna il 25 ottobre 2026

Losanna – Due anni dopo un intervento a cuore aperto, Donato Stasi, 63 anni, ha tagliato il traguardo della Maratona di Losanna dopo aver percorso 42,195 chilometri in 6 ore e 20 minuti. Ben oltre la prestazione sportiva, questa avventura testimonia un percorso di rinascita, gratitudine e fede. Un’esperienza in cui ogni chilometro assume un significato particolare e in cui la vittoria si misura meno con il cronometro che con la capacità di perseverare, sperare e avere fiducia.

Cozzi – Perché hai desiderato partecipare a questa corsa? Che cosa ti ha motivato a intraprendere questa avventura?

Stasi – Tutto è cominciato da un profondo desiderio di dire grazie.

Nel luglio 2024 ho subito un intervento a cuore aperto al CHUV di Losanna, per riparare una valvola aortica malfunzionante. Questo intervento ha segnato profondamente la mia esistenza e ha cambiato il mio modo di guardare alla vita, al tempo che ci viene concesso e a ciò che conta veramente.

Quando ho cominciato a recuperare le mie capacità fisiche, un’idea si è fatta progressivamente strada: perché non trasformare questa seconda possibilità in un progetto ricco di significato?

La maratona è diventata così molto più di un obiettivo sportivo. Desideravo dedicare simbolicamente ciascuno dei 42,195 chilometri alle persone che avevano contribuito alla mia guarigione: le équipe mediche e infermieristiche, i professionisti della riabilitazione, i miei cari e tutte le persone che mi sono state vicine.

Volevo anche esprimere la mia riconoscenza a Dio, che mi ha sostenuto durante tutta questa prova.

Questa maratona era, in definitiva, un modo per celebrare la vita, non come qualcosa di scontato, ma come un dono di cui siamo chiamati a prenderci cura.

Cozzi – Partecipare a questa corsa rappresentava una sfida particolare, considerando il tuo stato di salute e il tuo percorso medico?

Stasi – Assolutamente sì. E probabilmente ancora di più sul piano emotivo di quanto avessi immaginato.

Quando si è subito un intervento a cuore aperto, il rapporto con il proprio corpo cambia profondamente. Si scopre la propria vulnerabilità. Ci si rende conto che alcune cose che prima consideravamo scontate non lo sono più.

Ho avuto la fortuna di beneficiare di un’assistenza medica straordinaria, in particolare al CHUV, e successivamente di un accompagnamento riabilitativo presso la Clinica La Lignière.

Con il passare del tempo, grazie ai controlli medici, a un’attività fisica progressiva e all’approvazione dei miei medici, ho potuto prendere in considerazione questa sfida.

Non ho mai considerato questa maratona come una rivincita sulla malattia. Non si trattava di dimostrare che fossi diventato invincibile, tutt’altro.

Si trattava di imparare a convivere con i miei limiti, a rispettarli e, quando le condizioni lo permettevano, a superarli con ragionevolezza.

Questa esperienza mi ha anche insegnato una forma di umiltà. Non possiamo controllare tutto. Dipendiamo dalle competenze degli altri, dalla loro benevolenza e, per quanto mi riguarda, dalla grazia di Dio.

Credo che la vera forza cominci proprio quando accettiamo la nostra fragilità.

Cozzi – Come ti sei preparato per affrontare questa esperienza nelle migliori condizioni possibili, sia dal punto di vista fisico che mentale?

Stasi – La mia preparazione si è sviluppata progressivamente, con molta costanza e pazienza.

Ho intensificato le uscite di camminata veloce e di corsa, aumentando gradualmente le distanze. Alcuni allenamenti superavano i venti chilometri, lungo le strade e i sentieri della nostra regione.

L’obiettivo non era cercare la velocità, ma sviluppare la resistenza, imparare a gestire lo sforzo e conoscere meglio le reazioni del mio organismo.

Ho anche imparato ad ascoltare il mio corpo. A 63 anni, dopo un intervento cardiaco, il recupero, il sonno e il rispetto dei segnali fisici sono essenziali.

Ma la preparazione mentale è stata altrettanto importante.

Una maratona comincia molto prima del giorno della partenza. Si costruisce in quei momenti in cui si esce ad allenarsi nonostante la stanchezza, quando si accetta di progredire lentamente e si impara a non scoraggiarsi.

Sul piano spirituale, la preghiera e la fiducia in Dio hanno accompagnato tutta questa preparazione.

Ho pensato spesso alle parole dell’apostolo Paolo:

«Io posso ogni cosa in colui che mi fortifica». (Filippesi 4:13)

Non interpreto questo versetto come una promessa di successo automatico, ma come la certezza che non siamo soli quando attraversiamo le prove.

E poi c’è stato il sostegno di mia moglie Letizia, delle nostre figlie Adriana ed Elena, della mia famiglia, dei miei amici e di tante persone che mi hanno incoraggiato sul posto di lavoro e altrove, sia all’interno che all’esterno della chiesa. Questo sostegno è stato una vera fonte di energia.

Cozzi – Durante la corsa avrai certamente attraversato momenti difficili. Che cosa ti ha dato la forza e la determinazione per arrivare fino in fondo?

Stasi – Su 42 chilometri è inevitabile attraversare momenti difficili.

Il corpo si affatica, le gambe diventano pesanti, i chilometri sembrano a volte allungarsi e la mente deve prendere il sopravvento.

In quei momenti ho cercato di non pensare a tutta la distanza che ancora mi separava dal traguardo.

Mi sono concentrato sul chilometro successivo, sul prossimo obiettivo, su ciò che era ancora possibile fare in quel momento.

Ho pensato molto anche alle persone per le quali stavo correndo.

All’équipe del professor Kirsch, al personale sanitario, alle persone che mi hanno accompagnato durante la riabilitazione. A mia moglie, alle mie figlie, ai miei cari e soprattutto a due amici che purtroppo non ci sono più, Lewis e Rocco, le cui fotografie portavo sulla parte sinistra della maglietta da corsa, dalla parte del cuore, proprio per il suo valore simbolico.

E naturalmente ho pregato.

Non necessariamente con lunghe frasi. A volte bastava un semplice pensiero: «Signore, dammi la forza di continuare».

Ho compreso una cosa essenziale: perseverare non significa ignorare le difficoltà, ma trovare una ragione sufficientemente forte per continuare nonostante esse, senza rinunciare alla prudenza.

Ogni chilometro percorso diventava così una piccola vittoria.

Cozzi – Che cosa significa per te arrivare fino in fondo a una corsa? Possiamo considerarla una lezione di vita?

Stasi – Sì, profondamente.

La vita assomiglia talvolta a una maratona. Abbiamo progetti, ambizioni, impegni e sogni. Ma il cammino raramente è lineare.

Ci sono imprevisti, periodi di dubbio, fallimenti ed eventi che sconvolgono le nostre certezze.

Il mio intervento cardiaco ne è stato un esempio particolarmente significativo.

Arrivare fino in fondo non significa riuscire a ogni costo. Significa rimanere fedeli al senso che attribuiamo al nostro impegno, accettando al tempo stesso che il percorso possa cambiare.

Ho anche imparato che la perseveranza non è un’avventura solitaria.

Abbiamo bisogno degli altri per andare avanti. Delle loro competenze, dei loro incoraggiamenti e, a volte, semplicemente della loro presenza.

È una convinzione che mi accompagna da molto tempo, nella mia vita familiare, professionale e spirituale: non diventiamo migliori degli altri, ma possiamo diventare migliori grazie agli altri.

Nella fede cristiana, questa dimensione collettiva è fondamentale. Apparteniamo a una comunità chiamata a sostenersi reciprocamente, a portare i pesi gli uni degli altri e a camminare insieme.

In definitiva, forse la vittoria più bella non è arrivare primi, ma non perdere di vista il significato dell’impegno che abbiamo assunto.

Cozzi – Che cosa rappresenta per te aver tagliato il traguardo? Che cosa significa «vincere» una corsa, anche senza arrivare primi?

Stasi – Quando ho tagliato il traguardo, dopo 6 ore e 20 minuti di sforzo, ho provato un’emozione difficile da descrivere.

C’era naturalmente la stanchezza, ma soprattutto un immenso sentimento di gratitudine.

Due anni prima mi trovavo su un tavolo operatorio, affidando la mia vita a un’équipe di chirurghi e operatori sanitari.

E quella domenica, 25 ottobre 2026, avevo appena percorso 42,195 chilometri.

Il contrasto tra quei due momenti era impressionante.

Avevo sognato di tagliare quel traguardo. Ma ciò che ho provato in quell’istante andava ben oltre la soddisfazione di aver portato a termine una corsa.

Ho ripensato a tutto il cammino percorso, alle persone che avevano reso possibile questa avventura, ai momenti di incertezza e agli incoraggiamenti ricevuti.

Non ho vinto la Maratona di Losanna nel senso sportivo del termine. Ma ho conquistato una vittoria personale che rimarrà impressa nella mia memoria.

Ho anche compreso che il cronometro misura una prestazione, ma non misura né il coraggio, né la gratitudine, né la profondità di un’esperienza umana.

Tagliare quel traguardo significava chiudere simbolicamente un capitolo difficile e aprirne un altro, con una rinnovata consapevolezza del valore della vita.

Cozzi – Per concludere, c’è un messaggio, una riflessione o una testimonianza personale che vorresti condividere con i nostri lettori?

Stasi – Vorrei condividere tre convinzioni.

La prima è che la vita è preziosa e fragile. A volte tendiamo a rimandare ciò che ci sta a cuore, come se il tempo ci appartenesse. La mia esperienza mi ha insegnato a vivere maggiormente nella gratitudine per il presente.

La seconda è che abbiamo bisogno gli uni degli altri. Se ho potuto prendere il via di questa maratona e tagliare il traguardo, è grazie a una straordinaria catena umana fatta di competenze, attenzione, generosità e amore.

La terza è che la fede non ci risparmia le prove, ma può darci la forza e la speranza necessarie per attraversarle.

Nella nostra società, il successo viene spesso associato al primo posto, alla rapidità o alla prestazione.

Eppure, credo che alcune delle vittorie più belle siano silenziose: rialzarsi dopo una prova, ritrovare la fiducia, tendere la mano a qualcuno, perdonare, ricominciare o semplicemente continuare a sperare.

L’apostolo Paolo scrive nella sua seconda lettera a Timoteo:

«Ho combattuto il buon combattimento, ho finito la corsa, ho conservato la fede». (2 Timoteo 4:7)

Queste parole assumono oggi per me un significato particolare.

Non le considero una proclamazione di vittoria personale, ma un invito a rimanere fedeli a ciò che è essenziale.

Vorrei infine rivolgere un immenso grazie a tutte le persone che hanno reso possibile questa avventura e, in particolare, alle équipe mediche e infermieristiche che mi hanno permesso di ritrovare una qualità di vita di cui oggi sono infinitamente riconoscente.

Se la mia esperienza potrà incoraggiare anche una sola persona a non perdere la speranza durante un periodo difficile, allora questa maratona avrà assunto un significato ancora più bello.

Perché, in fondo, ciò che conta di più non è soltanto il traguardo che raggiungiamo, ma l’amore, la fede e la gratitudine che coltiviamo lungo tutto il cammino.

E se la vittoria più bella fosse, in definitiva, scoprire che non abbiamo mai corso da soli?

Intervista a cura di Corrado Cozzi
Dipartimento Comunicazione FSRT

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